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Il caffé di Aristotele

BATESON

Sembra che sia necessario lanciare un argomento di discussione per far partire il blog. Ebbene vi racconto questo: parlavo con un mio amico, in una pausa di lavoro. L'amico (chissà se si riconoscerà) sosteneva che le parole non fossero un buon modo per conoscere la realtà.

"Pensa" mi dice "a tutte le sfumature del rosa, e all'unica parola che si usa per definire quel colore, o a tutte le sfumature possibili che possono distinguere un rapporto d'amore da un altro, a fronte dell'unica parola che si usa per designarle. Le parole costringono le mille sfumature della realtà in schemi riduttivi e rigidi".

Ebbene: provo a pensare a un'obiezione: cos'è un colore? Soltanto una lunghezza d'onda, o la somma dei significati simbolici che gli si attribuiscono? E se si dice che un colore, o una qualsiasi esperienza soggettiva, è costituita da tutti i significati simbolici che si assommano in essa, potrebbe esistere senza una costruzione sociale che infine giunge a stabilire in ua parola il punto di convergenza di questi significati? E non potrebbe darsi allora che anche le mille sfumature appaiono dopo le parole, come un territorio inesplorato che assume un significato solo in opposizione al territorio sul quale l'uomo ha costruito?



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