consulenza filosofica - babele
Il caffé di Aristotele

LEIBNIZ

Cari amici, perdonate se il vostro canuto professore vi ha osservato discutere senza più intervenire, nascosto nel cono d'ombra della sua casetta, davanti allo schermo del computer, senza che voi poteste sapere che era ancora là, a riflettere con voi.

Ebbene, credo che vada accolta la richiesta di Ganimede, e attenersi a pochi argomenti di discussione.

Il problema di stabilire cosa siano e che natura abbiano le convenzioni è fondamentale anche per comprendere che cosa siano le parole, e, a sua volta, per capire il rapporto che le parole hanno con le cose. Solo a patto di scrutare in fondo a questa relazione misteriosa tra le parole e le cose si può poi dare la risposta alla questione che più appassiona Ganimede, e se cioé possa esistere un altro tipo di comunicazione, più ricca di quella a cui siamo abituati.

Però, ragazzi, voi avete nel sangue la tempestosa impazienza della giovinezza, e l'entusiastico ottimismo di chi crede che ogni risposta sia nascosta vicino, quasi in un angolo della stanza, giacchè ogni stanza, se è abitata da una persona che si metta a riflettere, sembra poter essere vasta come l'intero universo. Sembra, dico, a voi, a voi che siete giovani. A me, vecchierello, mi par che anche il pensiero abbia il fiato corto.

Ma ho appreso, e questo vi voglio dire, in tanti anni di esperienza, che più ancora delle risposte, sono importanti le domande. Perchè è la domanda che vi fate che delimita il terreno della vostra ricerca, e, quindi, anche le risposte che potrete trovare. Ve ne faccio un esempio, e spero che vi sia d'aiuto: il nostro caro anonimo dice:

Dove ha sbagliato lo studente ingenuo e sognatore? Nel fatto che l'automobilista che gli veniva incontro, proprio perchè ragionava sulla base della convenzione, ormai stabilita, di guidare a destra ... non ha più saputo come evitare l'impatto. Detto in altri termini: la convenzione ha effetti reali perchè stabilisce che i comportamenti "fuori della norma" siano fuori della norma sempre sulla base di quella convenzione, dalla quale è impossibile uscire.

Ora chiediamoci: da quale domanda parte il nostro amico? Non forse dal chiedersi se le convenzioni possano o no essere mutate? Certo, a ragionarci, sembra di dover dire che le convenzioni debbano poter mutare, poiché di fatto mutano, e tuttavia lui è costretto a rispondere di no, per poter salvare la sua idea che le convenzioni creino realtà. Si rende conto di questa contraddizione Ganimede, quando scrive:

Le convenzioni ... si evolvono quasi con tempi geologici,infatti è molto difficile dissipare una convenzione che poi impariamo dalla nascita e consoldiamo crescendo.

E tuttavia non se la sente neppur lui di contraddir troppo l'anonimo, giacché anche a lui pare che si debba rispondere che sì, certamente, le convenzioni producono effetti reali, anzi, producono realtà, e quindi non si possa dire che si possano mutare. Ora ricordiamocelo: l'anonimo ha posto, implicitamente la sua domanda, che era questa:

le convenzioni possano o no essere mutate?

Ed è questa domanda che vi svia, perché par che si debba rispondere o si, e cadere in certe assurdità, o no, e cadere in altre assurdità. E tuttavia Ganimede quasi arriva a cambiare la domanda, quando dice:

Lo studente ha peccato in sicurezza nel fatto che la convenzione potesse essere cambiata istantaneamente con l'introduzione nel sistema di una ad essa speculare.


Perché vedete, la domanda giusta non è se sia o no possibile cambiare una convenzione, ma come sia possibile cambiarla. Se uno si domanda: posso o no cambiare una convenzione? Eccolo in un vicolo cieco! Ma se si domanda: come è possibile cambiare una convenzione? Ecco che si apre tutta una riflessione su che cosa siano le convenzioni, come producano realtà, come possano mutare.



Copyright © 2005 by Babele – Associazione per la Consulenza Filosofica
Per suggerimenti o correzioni al sito contattare la Redazione