LEIBNIZ
Cari
amici, la presenza delle pensatrici nel nostro caffé è
estremamente preziosa, e ci spinge ad affrontare le questioni
in gioco da un'angolazione nuova.
La
studentessa del Lorenzini dice che nell'uomo da sempre prevale
la componente razionale mentre nella donna quella sensitiva...di
conseguenza se l'uomo è portato ontologicamente all'introspezione,
al ragionamento perchè non dovrebbe essere privilegiato
in filosofia?, e a me viene da chiederle: la sensitività,
l'empatia, il sentimento, sono forme di conoscenza del mondo,
o l'unica conoscenza possibile è quella razionale e analitica?
E se si dice che la sensibilità è una forma di conoscenza,
non potrebbe esistere una filosofia emotiva, accanto a quella
razionale, fatta di immagini e di suggestioni, invece che di argomentazioni?
La
cosa curiosa è che tutta la nostra discussione parte dall'anonimo
e da Ganimede che si ponevano il problema del ruolo del linguaggio
nella conoscenza. Ganimede dice che la parola,non è altro
che una convenzione dettata, come ha detto Newton, dalla necessità,
e che però è tanto fuorviante quanto indispensabile.
Ora: la sensibilità, gli aspetti femminili ed emotivi dell'animo
umano, non potrebbero essere una forma di conoscenza che va oltre
il linguaggio, e che si avvicina a quello scambio immediato di
pensieri che Ganimede immagina?
Inviterei,
quindi, la studentessa del Lorenzini a continuare a dirci la sua
opinione, e a portare una ventata di femminilità e di sensitività
in questo blog frequentato da troppi uomini, stregati, come diceva
Wittgenstein, dalle parole.
La
seconda pensatrice cita Shakespeare che si chiede: solo il
tuo nome mi è nemico; tu sei te stesso, non un Montecchi.
Che cos'è Montecchi? Non è la mano, non è
il piede, non è il braccio, non è il volto ne qualsiasi
altra parte d'un corpo umano. Prendi un altro nome. Cosa v'è
in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo
profumo se avesse un altro nome.
E
a me però viene in mente il fatto che, vicino al Liceo
dove insegno, c'è un piccolo bar, ed io da dieci anni,
tutte le mattine, prima d'entrare in classe, faccio colazione
in quel piccolo bar, e mi chiamano "professore" ("Buongiorno
professore." "E' a posto, professore?" "Arrivederci,
professore."). Anche "professore" è solo
un nome, eppure io non sono più solo io, ma sono anche
un "professore", quando mi chiamano così, e il
mio atteggiamento muta: lo sguardo si fa più serio, cammino
più impettito, divento più taciturno e, in cuor
mio, sono ancora contento che mi si chiami così, come da
giovane, che mi stupivo d'esser davvero io quello che tutti chiamavano
"professore". Vanità,
certo. Eppure noi uomini ci facciamo influenzare dalle parole,
e non siamo più gli stessi di prima, dopo che ci hanno
dato un nome: anche un Montecchi non è più lo stesso
di prima, una volta che si chiama così.
E
mi vien da chiedermi: questo succede solo con le persone? O anche
gli oggetti, in qualche modo, sono influenzati e cangiati dalle
parole che gli attribuiamo? L'iris tanto caro a Newton, è
forse diverso da quando lo chiamiamo così, come io son
diverso ma me stesso, da quando mi chiamano professore?
Ma,
potenza dell'animo femminile, la lettura del commento della nostra
pensatrice (anch'io concordo con Ganimede che è più
chiaro se ci firmiamo), mi fa sorgere un altro dubbio: Romeo e
Giulietta si guardavano in un modo che permetteva loro di andare
oltre i "nomi" perchè si amavano. E questo non
ci riconduce al discorso che ha fatto la studentessa del Lorenzini
sulla sensitività dell'animo femminile? Forse l'amore è
una forma di conoscenza, e forse ci permette di andare al di là
delle parole?
Forse
la seconda pensatrice potrebbe dirci la sua, su questo argomento.
E
qui torniamo al discorso che era stato fatto sulle convenzioni:
la capacità di conoscere le cose oltre le parole potrebbe
essere un modo attraverso il quale gli uomini si liberano per
un istante dalla convenzioni stabilite, e, guardandole dall'esterno,
le modificano.
E
qui, forse, si ritorna al discorso di Newton e dell'anonimo.
Newton
diceva: non credo che l'uomo metta le mille sfumature in "schemi
riduttivi e rigidi". Infatti esistono vari modi per indicare
l'amore ... l'uomo ha scoperto il rischio di schematizzare le
mille sfumature di una stessa cosa e ha posto rimedio all'errore.
Ecco perchè oggi posso dire: portami un iris-specifico-di
una sfumatura azzurra
E
l'anonimo, dal canto suo: non potrebbe darsi allora che anche
le mille sfumature appaiono dopo le parole, come un territorio
inesplorato che assume un significato solo in opposizione al territorio
sul quale l'uomo ha costruito?
E
allora, che relazione c'è tra la parte maschile (logica,
analitica, legata al linguaggio) e quella femminile (sensitiva,
empatica, lunare) della conoscenza?