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Il caffé di Aristotele

LEIBNIZ

Cari amici, perdonerete se intervengo nuovamente raccontandovi una storia che, spero, vi potrà far riflettere.

Si racconta che, non è gran tempo passato, là sull'appennino, poco lungi da Porretta Terme, c'era una comunità di iniziati che praticavano un tipo particolare di meditazione e di esercizi di concentrazione.
La loro pratica di meditazione poggiava sul linguaggio: sulla capacità di pensare senza parole e, specularmente, sulla capacità di soffermarsi sulle parole, cogliendo le mille sfumature di voce, di significato e di silenzio di ogni piccola sillaba.

Il rito più difficile era quello della rinascita. Si giungeva ad esso dopo anni di esercizi preliminari, e non tutti potevano accedervi: anzi, curiosamente coloro che diventavano maestri della disciplina dovevano (per motivi che vi saranno chiari più avanti) rinunciarvi.

Per praticare il rito occorreva isolarsi con pochi compagni per mesi in una casupola che era al sommo di una lunga stradicciuola, tra campi e boschi e un piccolo ruscello, e non far più ritorno alla comunità né aver commercio di nessun tipo con il resto del mondo fino all'avvenuta rinascita. E durante i mesi di isolamento ognuno poteva comunicare con i compagni solamente inventandosi nuove parole, per tutti sconosciute. Valeva, però, questo divieto: non si poteva usare la stessa parola per designare oggetti simili: mentre si doveva usare una stessa parola per designare oggetti dissimili.

All'inizio le persone, così isolate, nell'impossibilità di comunicare anche tra di loro, come se potessero avvertire su di loro tutto il dolore del mondo cadevano in uno sconforto terribile. Dopo, però, la mente non poteva fare a meno di cercare, e infine di trovare, delle somiglianze tra gli oggetti che un'unica parola riuniva assieme, e una luce nuova e impreveduta illuminava quelle parole che essi stessi inventavano: se prima sembravano affatto prive di senso, adesso sorgeva nitido un loro preciso significato, e anche gli oggetti, che prima sembravano tanto dissimili, illuminati diversamente da quelle nuove parole ecco che sembravano simili, mentre oggetti che prima sembravano simili, tutt'a un tratto parevano diversi.

Le parole della lingua madre perdevano ben presto significato, gli oggetti che designavano ecco che non si riuscivano più a ritrovare, e il mondo appariva del tutto nuovo.

Al ritorno dalla casupola si comprendevano benissimo tra di loro, ma non potevano più né capire né farsi capire da tutti gli altri: erano nati un'altra volta, e la loro sorte era quella di andar raminghi per il mondo a portare la luce della follia su tutte le cose, a ricordare agli altri che non c'era un modo solo di vedere il mondo.

Si narra, poi, che questa comunità scomparve quando gli ultimi maestri vollero provare il rito che lungamente ad altri avevano insegnato, e anche loro, senza più potersi far capire dagli altri, si dispersero per il mondo.

 

 

 



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